Genio Ribelle, Antonio Mancini

Antonio Mancini, genio ribelle
Antonio Mancini, genio ribelle

Galleria Bottegantica, Milano

Genio precoce, capace di produrre opere di tale maestria da far esclamare al pittore americano John Singer Sargent “I have meet in Italy the greatest living painter” (Ho conosciuto in Italia il maggior pittore vivente), Antonio Mancini (1852-1930) è stato tra i più significativi e singolari artisti dell’Ottocento italiano. Colorista geniale, Mancini è noto per i suoi audaci e innovativi metodi di pittura, caratterizzati da un impasto insolitamente spesso, che – specie nella fase matura della sua attività – prevede addirittura l’inclusione di vetro, lana, madreperla e altri materiali liberamente disposti lungo la superficie pittorica.

Antonio Mancini. Genio ribelle, in mostra a Milano presso la Galleria Bottegantica, dal 20 ottobre al 18 dicembre 2016, presenta una selezione di oltre 40 opere dell’artista romano, che ripercorrono le tappe salienti della sua carriera, dagli esordi napoletani al periodo romano, dai soggiorni di Parigi, Londra e Dublino fino agli anni di Frascati. La mostra intende inoltre analizzare i grandi temi affrontati da Mancini nel corso della sua carriera.

Questi comprendono non solo i penetranti e noti ritratti di artisti circensi, musicisti di strada e poveri bimbi incontranti nei vicoli di Napoli – espressione dell’interesse dell’artista per il tema dell’infanzia descritta nei suoi moti psicologici, nei suoi atteggiamenti e nelle sue espressioni –, ma anche la ritrattistica ufficiale eseguita dietro commissione di alcuni dei più illustri esponenti della società internazionale del tempo, come pure i suoi intimi autoritratti che riflettono sia la giovanile agitazione interiore sia la serenità d’animo raggiunta nella tarda maturità.

Curata da Enzo Savoia e Stefano Bosi, Antonio Mancini. Genio ribelle, è la prima mostra personale che Milano dedicata all’artista romano dopo la storica rassegna tenutasi nel 1962 alla Galleria d’Arte Moderna. Essa prevede il prestito di opere provenienti esclusivamente da collezioni private italiane ed europee, molte delle quale mai presentante al grande pubblico.

Del periodo napoletano spiccano opere come Lo scolaretto (1872), La figlia del Mugnaio (1872-1873), Acque basse (1874), Paglia rotta (1875), La zingara (1877-1878), Bambina che legge (1878) e le Due bambole (1878), dipinti che esaltano la barocca “napoletanità” di Mancini, la sua capacità di trasfondere creativamente sulla propria emotiva esperienza del vero, in una vibrata sintesi plastico-chiaroscurale, la grande tradizione del luminismo pittorico secentesco, che proprio nel realismo aveva sostanziato le sue più alte realizzazioni, da Caravaggio a Battistello Caracciolo, da Mattia Preti a Luca Giordano.

Ciociara (1885) e Bevo la birra (1888), testimoniano invece il progressivo schiarimento delle tinte e l’alleggerimento della costruzione chiaroscurale messi in atto dall’artista durante gli anni romani, cui si aggiungerà – col tempo – un impasto cromatico sempre più spesso al punto da prevalere sui temi via via proposti (alabardieri, dame, menestrelli, paggi, toreri, suonatrici, gitane), che diventano in realtà puri pretesti pittorici per rovesciare sulla tela vere e proprie colate di colore che si incrostano e si aggrumano, generando esse stesse i toni complementari, i chiaroscuri e le lucentezze, accresciute, queste ultime, dall’inserimento talvolta di vetri, metalli, pietre o quant’altro possa andare a fondersi nel crogiolo delle paste cromatiche. E questo eccesso, questa frenesia materica costituiscono lo stesso stile di Mancini, la sua lotta accanita e affannosa, a volte solitaria, con la pittura.

Eppure, soprattutto nei ritratti di personaggi a lui cari, Mancini recupera spesso una inaspettata realtà umana, che si fa strada ora attraverso un colore dominante e un effetto di luci, ora attraverso una delicatezza di toni e una forza materica che invita al tatto.