Dalla matita allo scalpello, Giuliano Vangi

Giuliano Vangi Bottegantica
Giuliano Vangi, Bottegantica

Galleria Bottegantica, Milano

Nei suoi lavori Giuliano Vangi ha creato lo stile moderno del concetto di Uomo: ha adempiuto alle due condizioni necessarie di svuotare questo concetto di tutta la retorica e il romanticismo, e di farlo coincidere – cosa naturale del resto –  con il suo contenuto.
Vangi appare senza discussioni un classico dell’uomo. Il suo Uomo appare creatura tipica di una crisi che investe tutti i valori della vita, creatura sostanziata e avvilita dalla fondamentale malattia storica, che a ogni suo gesto si qualifica.

Giuliano Vangi, Ragazzo con le mani in tasca
Giuliano Vangi, Ragazzo con mani in tasca, 1986

E’ un Uomo sognatore di professione, non in grado di conferire colore e concretezza alle proprie azioni, di tradurre in scatti della volontà e in risultati vissuti i complessi travagli del pensiero e dell’ambizione; impreparato allo scontro con i segreti dell’esistenza, nel loro incessante quotidiano proporsi; costantemente assillato dall’enormità dei sogni e dalla pochezza delle azioni, da un desiderio di amore e di palpiti immensi, e arido e freddo, incapace di accendersi e di abbandonarsi all’onda del sentimento; sempre in procinto di bruciare nel fuoco dell’eroismo la propria assillata personalità, e esaurito nell’amara considerazione della propria miseria morale; desideroso di un dialogo, di un incontro con i suoi simili che gli garantisca la fede nella vita e nella società, e pronto a tradire tali pur sinceri propositi nella salvaguardia egoistica di una disperata e ingenua solitudine; disposto a costruire nell’intimo della coscienza rapporti di generosa solidarietà, di fraternità improvvisa e spontanea, sebbene rinchiuso nella difesa di sé stesso e della propria privilegiata sofferenza dagli sguardi incomprensivi degli altri.

Già nelle prime, incerte articolazioni della sua umanità rinunciataria, questa creatura denuncia a chiare note la sua sostanziale distanza da un paesaggio umano romantico come da un paesaggio naturalistico. Vangi la sommerge nelle sabbie mobili della diuturnità. Dove si è coinvolti nel limite della coscienza, sulla frontiera che vede alternarsi la progettazione con l’inconsapevolezza, la brama con l’abulia, l’impulso con l’automatismo. Alla resa finale l’uomo di Vangi non è che un protagonista fallimentare: tra l’essere e la sua coscienza c’è l’insondabile mistero, una specie di trascendenza alla rovescia, che non abilita più alla luce dell’empireo, bensì risospinge verso la buia caverna dell’inconoscibile e dell’assurdo: la spelonca dell’umano secondo il mitologema platonico.

Tuttavia l’esperienza è scolpita in caratteri che sono al tempo stesso convenzionali e criptografici, di cui gli uomini sono meri geroglifici, che una volta – milioni di anni fa – ebbero una loro sacralità e che ora aspettano invano di essere decifrati. Esseri che agiscono con ostinazione pur mancando di convincimenti, che si sentono manovrati da forze occulte ancorché perentorie, si logorano in fatti minimi, affrontano imprese e fatiche futili, su cui fondano il loro blasone di eroismo.

Giuliano Vangi, dalla matita allo scalpello
Cover del catalogo

 

Una umanità, quella di Vangi, in cui si può ravvisare un’eco beckettiana, che si riconosce e si misura in creature amletiche, assillate, fiaccate dal loro patire un momento storico di profondo passaggio, prigioniere di una schematica morale che ha perduto il suo ideale e storico connettivo, schiave di una disperata disposizione a guardarsi vivere, rei e vittime di uno sfacelo sociale e di una spirituale disgregazione. Una umanità tuttavia che dal suo stato di mera passività trasferisce su un piano di processo interiore l’analisi della propria negatività e della propria ripulsa, fino a raffigurarsi come espressione consapevole di una società decadente e ansiosa di una umanità migliore.

L’accento particolare dell’ispirazione narrativa di Vangi non risiede, come è ovvio, in quella descritta tipicità dei personaggi, nel loro essere materia di una atmosfera storica e spirituale; né in una miracolosa, quasi automatica rappresentazione di quella crisi in una immagine oggettivamente valida, inconsapevolmente realistica, di quel mondo, del tutto indipendente dalla posizione ideologica dell’autore. Consiste bensì nel modo particolare di esprimere, oltreché di documentare, quella crisi, ossia nella capacità di liberare in figure e rapporti di fantasia la sua travagliata visione della vita; nell’individuare in creature dolenti e libere i termini e le condizioni della propria ‘storica’ malinconia. Vangi ci ha detto, sì, qualcosa di importante sulle strutture della vita contemporanea. Ma più di questo ci interessa la sua comprensione organica di quell’epoca, che si manifesta in quell’aggredire violentemente i bassifondi della coscienza dove la crisi si chiarisce nelle sue manifestazioni ataviche, spirituali, nella condizione storica di decadenza.

Vangi, Uomo con le orme
Vangi, Uomo con le orme, 1978

Basta osservare un’opera come l’Uomo con le orme del 1978, dove un moderno Odisseo percorre e ripercorre una strada, o un vicolo, trascinandosi appresso i relitti di un inferno che porta dentro di sé, i lembi straziati di un’esistenza assurda: già marcia e tuttavia acerba, esperta e consunta eppure legata a forme di innocenza prenatale; stanca e viziata ma ancora sommossa da oscure brame inespresse. Del resto, tutti i personaggi di Vangi solcano un pelago sconfinato, dove ribollono e si asserpano gli istinti, le viltà, le speranze, le violenze, le rinunce; e vanno alla deriva, a ogni momento obliano la rotta e gli approdi, e si svuotano di sé stessi, come la barca si libera della zavorra, e di colpo si riempiono di sensazioni, di vecchie reazioni, di progetti antichi, e restano irretiti nelle tante velleità intentate o mancate: e alla fine si mettono a rimasticare i residui della propria esperienza in un perpetuo vaneggiamento.

Alla resa dei conti, nonostante l’artista tenti di vitalizzare il suo mondo poetico di metafore, di analogie, di improbabili identità, si ha l’impressione – altamente poetica – di un immenso naufragio dove galleggiano i detriti anonimi e indecifrabili di una quotidianità che è insieme ossessiva e futile, coercitiva e fatua, provvidenziale e fortuita. Una quotidianità negativa e tragica, dunque, nella quale sembrano riecheggiare i mirabili versi di Eugenio Montale nel suo colloquio col mare “antico”

Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento   
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

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